giovedì 2 aprile 2009
Ci ho messo un po' di tempo, ma alla fine sono riuscito a scrivere un altro post nel mio blog. Perché? Beh, innanzitutto perché ho avuto altro da fare, sempre attinente alla musica ma non al blog; in secondo luogo, perché sto pensando di passare all'inglese per la stesura dei testi. Navigando nell'universo dei blog dedicati alla musica classica, e più specificatamente, a quella contemporanea, mi sono reso conto che la lingua di scambio è l'inglese, nonostante almeno metà degli amici che mi sto facendo nella rete sia residente in America latina. Italiani? finora non ne ho incontrati; ed anche questo mio misero blog finora non ha avuto che un solo sostenitore (di lingua inglese, tanto per cambiare). Senz'altro, un aspetto che rende più difficile l'approccio è che finora non sono ancora riuscito ad imparare come inserire una fotografia o caricare della musica da mettere a disposizione del popolo della rete, scegliendola all'inerno della mia vasta collezione; spro di poter superare col tempo quest'impasse e di poter entrare a far parte del club selezionato di melomani. Lo scambio di idee, che è cominciato fra me ed i vari personaggi che ruotano attorno a questo strano astro composto di note musicali, è comunque interessante ed importante, soprattutto in un momento come questo in cui sto portando avanti la stesura di un libro dedicato alla musica contemporanea. Fare commenti e ricevere risposte (che a volte sono molto più articolate e "critiche" dei commenti stessi) aiuta non solo a ripensare alle proprie idee rispetto ad un particolare argomento, ma anche ad esplorare terreni che o non si conoscevano affatto o non si aveva la minima intenzione di conoscere. Poiché, per esempio, in questo periodo appaiono in diversi blog opere di Pierre Boulez a disposizione per l'ascolto, questa controversa, ma importante, figura della musica contemporanea ha "fatto banco" nelle mie conversazioni via internet. Personalmente, non amo molto questo compositore, soprattutto dopo avere letto il ritratto che di lui ha fatto il critico americano Alex Ross nel suo libro dedicato alla musica del 20° secolo; non lo amo come compositore, avendolo scoperto così convinto di essere l'unico rivoluzionario sulla scena musicale del secolo appena trascorso, al punto da inimicarsi una lunga serie di personaggi che, a conti fatti, sono poi risultati essere più all'avanguardia di lui, nonostante le critiche sprezzanti che ricevevano, ma lo ritengo estremamente importante come direttore d'orchestra, soprattutto per la sua capacità di penetrare all'interno del repertorio del 20° secolo, evidentemente a lui più congeniale. Ho trovato alleati ed avversari in questa mia presa di posizione e la mia convinzione adesso deve fare i conti con la pulce nell'orecchio del dubbio. Vedremo come andrà a finire, dopo l'ascolto di una serie di composizioni di Pierre Boulez alle quali vorrei accostarmi scevro di pregiudizi. Confesso: non so se ci riuscirò...
giovedì 29 gennaio 2009
Scusate il ritardo!
Ho passato buona parte della scorsa settimana fra il letto (l'influenza - australiana quest'anno) ed il PC per chiacchierare con diversi bloggers che s'interessano della musica che piace a me. Il bello di internet è il poter avere contatti con tutto il mondo; il brutto è notare quanti pochi italiani si aggirino nei territori della musica "non-industriale".
Non è un discorso facile da affrontare, né piacevole. Purtroppo, alla base c'è un'amara verità: in Italia, paese che pure sembra tenere alle proprie "tradizioni" (purché si tratti di quelle culinarie o sportive), non esiste un'educazione musicale. Eppure, il genio italico ha prodotto nei secoli musica che ha fatto il giro del mondo per ritornare a noi potremmo dire "modificata" dall'incontro con culture diverse. La storia della musica è in gran parte storia della musica italiana; si esagera nell'affermare che forse Bach (Johann Sebastian) è stato quel che è stato anche perché ha subito l'influenza di un certo Antonio Vivaldi, da lui apprezzato talmente da volersi procurare le partiture di ogni nuova opera composta dal "prete rosso"?
L'opera lirica forse rappresenta il prodotto culturale italiano di maggior successo. Eppure, morto Giacomo Puccini, la stagione dei grandi operisti italianai è andata scemando in maniera drammatica. All'estero, si sta al contrario osservando una nuova giovinezza dell'opera, soprattutto grazie ad un certo numero di compositori che si è dimostrato abile nel saper adattare lo stile di questa espressione artistica alla realtà odierna. Non viviamo più nell'ambiente culturale di una Tosca, tanto per dire, per cui pensiamo sia difficile per un nostro contemporaneo capire l'andamento di quell'opera; ma un americano di nome John Adams ha ottenuto un enorme successo con opere liriche basate sull'attualità del secolo che stiamo attraversando, dalla storica visita di Richard Nixon a Mao Zedong, all'increscioso incidente sulla nave "Achille Lauro" che costò la vita a Mr,. Klinghoffer e che mette in musica una delle più spiacevoli realtà del mondo moderno: il conflitto ebreo-palestinese e la svolta da questo presa in direzione del cieco terrorismo.
In questo modo, la musica si dimostra vitale, attuale, in perfetta sintonia con il mondo che ci circonda. E ciò al termine di un percorso durato secoli che non possiamo dimenticare o fare finta che non sia esistito per non turbare gli spettatori dell'incombente Festival di Sanremo, unica espressione italica dell'odierno genio musicale (Ma la "prima" del Teatro alla Scala, spettacolo che le televisioni straniere fanno a gara per trasmettere, in Italia non la vedremo mai, nemmeno "in differita", se non per sbaglio come accadde con una delle ultime apparizioni di Luciano Pavarotti, attempato Radames (ma ancora in possesso delle sue doti canore).
L'impoverimento culturale non procede, inoltre, in maniera lineare, ma esponenziale, vale a dire incrementando progressivamente la propria velocità e questo soprattutto perché la musica la si capisce (e quindi la si apprezza) solo ascoltandola, e più la si ascolta più piace. Probabilmente, all'italiano medio piace San Remo perché propone da anni la stessa "musica" con parole diverse. La musica, in fondo, è tutta nel nostro cervello ed il nostro cervello si sente a proprio agio quando "riconosce" una certa armonia, una determinata sequenza di note; a volte, anzi, ne aspetta una specifica (verso cui tende l'insieme di tutte le altre) al punto da "sentirla", anche se proprio quella nota lì sullo spartito non c'è! Per questo è importante ascoltare, ascoltare, ascoltare...Per questo è facile modificare il gusto offrendo all'ascolto sempre la solita sequenza di note. Quando ci stuferemo della solita "minestrina", del tipo di quella insipida offerta ai degenti negli ospedali?
Ho passato buona parte della scorsa settimana fra il letto (l'influenza - australiana quest'anno) ed il PC per chiacchierare con diversi bloggers che s'interessano della musica che piace a me. Il bello di internet è il poter avere contatti con tutto il mondo; il brutto è notare quanti pochi italiani si aggirino nei territori della musica "non-industriale".
Non è un discorso facile da affrontare, né piacevole. Purtroppo, alla base c'è un'amara verità: in Italia, paese che pure sembra tenere alle proprie "tradizioni" (purché si tratti di quelle culinarie o sportive), non esiste un'educazione musicale. Eppure, il genio italico ha prodotto nei secoli musica che ha fatto il giro del mondo per ritornare a noi potremmo dire "modificata" dall'incontro con culture diverse. La storia della musica è in gran parte storia della musica italiana; si esagera nell'affermare che forse Bach (Johann Sebastian) è stato quel che è stato anche perché ha subito l'influenza di un certo Antonio Vivaldi, da lui apprezzato talmente da volersi procurare le partiture di ogni nuova opera composta dal "prete rosso"?
L'opera lirica forse rappresenta il prodotto culturale italiano di maggior successo. Eppure, morto Giacomo Puccini, la stagione dei grandi operisti italianai è andata scemando in maniera drammatica. All'estero, si sta al contrario osservando una nuova giovinezza dell'opera, soprattutto grazie ad un certo numero di compositori che si è dimostrato abile nel saper adattare lo stile di questa espressione artistica alla realtà odierna. Non viviamo più nell'ambiente culturale di una Tosca, tanto per dire, per cui pensiamo sia difficile per un nostro contemporaneo capire l'andamento di quell'opera; ma un americano di nome John Adams ha ottenuto un enorme successo con opere liriche basate sull'attualità del secolo che stiamo attraversando, dalla storica visita di Richard Nixon a Mao Zedong, all'increscioso incidente sulla nave "Achille Lauro" che costò la vita a Mr,. Klinghoffer e che mette in musica una delle più spiacevoli realtà del mondo moderno: il conflitto ebreo-palestinese e la svolta da questo presa in direzione del cieco terrorismo.
In questo modo, la musica si dimostra vitale, attuale, in perfetta sintonia con il mondo che ci circonda. E ciò al termine di un percorso durato secoli che non possiamo dimenticare o fare finta che non sia esistito per non turbare gli spettatori dell'incombente Festival di Sanremo, unica espressione italica dell'odierno genio musicale (Ma la "prima" del Teatro alla Scala, spettacolo che le televisioni straniere fanno a gara per trasmettere, in Italia non la vedremo mai, nemmeno "in differita", se non per sbaglio come accadde con una delle ultime apparizioni di Luciano Pavarotti, attempato Radames (ma ancora in possesso delle sue doti canore).
L'impoverimento culturale non procede, inoltre, in maniera lineare, ma esponenziale, vale a dire incrementando progressivamente la propria velocità e questo soprattutto perché la musica la si capisce (e quindi la si apprezza) solo ascoltandola, e più la si ascolta più piace. Probabilmente, all'italiano medio piace San Remo perché propone da anni la stessa "musica" con parole diverse. La musica, in fondo, è tutta nel nostro cervello ed il nostro cervello si sente a proprio agio quando "riconosce" una certa armonia, una determinata sequenza di note; a volte, anzi, ne aspetta una specifica (verso cui tende l'insieme di tutte le altre) al punto da "sentirla", anche se proprio quella nota lì sullo spartito non c'è! Per questo è importante ascoltare, ascoltare, ascoltare...Per questo è facile modificare il gusto offrendo all'ascolto sempre la solita sequenza di note. Quando ci stuferemo della solita "minestrina", del tipo di quella insipida offerta ai degenti negli ospedali?
martedì 20 gennaio 2009
Perché musica "non-industriale"?
Ho incontrato questa definizione leggendo un articolo del musicologo francese Jean-Jacques Nattiez, curatore dell'Enciclopedia della Musica pubblicata, in Italia, da Einaudi, e mi è parsa subito adatta ad indicare proprio quello che volevo indicare, vale a dire la musica non di largo consumo. In effetti, musica "non commerciale" potrebbe essere un sinonimo; solo che è cambiata la visuale (il che è comunque importante da prendere in considerazione, in quanto molti "produttori" fabbricano senza avere un'idea precisa di quello che il mercato vuole veramente). Il grosso vantaggio della definizione del Nattiez, inoltre, è rappresentato dalla possibilità di eliminare una serie di definizioni o offensive (del tipo: musica "colta") o errate (del tipo: musica "classica" o "sinfonica").
Musica che non ci viene propinata di continuo...Anzi, che spesso è bandita da qualsivoglia palinsesto, nonché dalla maggior parte dei media. Avete notato quanti settimanali offrono recensioni di musica "non-industriale"? Se qualcuno ha pazienza li conti e me lo faccia sapere. Da parte mia, posso affermare che ne ho visti ben pochi ("Il Venerdì" della Repubblica è uno di questi). Ma non solo: quanti di voi ("di noi", perché capita anche a me) ne ha capito il contenuto, una volta trovata la recensione? Chissà perché viene applicato alla musica "non-industriale" lo stesso criterio-guida utilizzato per scrivere sull'arte contemporanea: quello di utilizzare termini e figure retoriche pressoché incomprensibili per non dire quasi niente, soprattutto per non parlare di musica. E' proprio lei la grande assente quando si scrive una recensione; al di là di un breve excursus storico, utile per posizionare correttamente l'opera nel contesto spazio-temporale, si parla soprattutto dell'interpretazione, ma non in termini tecnici; si cerca solo di evocare le emozioni e le sensazioni destate dall'ascolto. Gli interpreti sono generalmente tutti bravi, soprattutto se conterranei del critico (e questo vale anche per nazioni diverse dall'Italia: ognuno ha i propri paladini) e, comunque, il disco risulta quasi sempre "indispensabile" o "degno di essere ascoltato", il che in termini commerciali significa la stessa cosa: compratelo! Magari fosse possibile, visti i prezzi raggiunti da questi oscuri oggetti di desiderio e vista la difficoltà nel reperirli, al di là di internet, che ancora non è qui in Italia alla portata di tutti.
Ho incontrato questa definizione leggendo un articolo del musicologo francese Jean-Jacques Nattiez, curatore dell'Enciclopedia della Musica pubblicata, in Italia, da Einaudi, e mi è parsa subito adatta ad indicare proprio quello che volevo indicare, vale a dire la musica non di largo consumo. In effetti, musica "non commerciale" potrebbe essere un sinonimo; solo che è cambiata la visuale (il che è comunque importante da prendere in considerazione, in quanto molti "produttori" fabbricano senza avere un'idea precisa di quello che il mercato vuole veramente). Il grosso vantaggio della definizione del Nattiez, inoltre, è rappresentato dalla possibilità di eliminare una serie di definizioni o offensive (del tipo: musica "colta") o errate (del tipo: musica "classica" o "sinfonica").
Musica che non ci viene propinata di continuo...Anzi, che spesso è bandita da qualsivoglia palinsesto, nonché dalla maggior parte dei media. Avete notato quanti settimanali offrono recensioni di musica "non-industriale"? Se qualcuno ha pazienza li conti e me lo faccia sapere. Da parte mia, posso affermare che ne ho visti ben pochi ("Il Venerdì" della Repubblica è uno di questi). Ma non solo: quanti di voi ("di noi", perché capita anche a me) ne ha capito il contenuto, una volta trovata la recensione? Chissà perché viene applicato alla musica "non-industriale" lo stesso criterio-guida utilizzato per scrivere sull'arte contemporanea: quello di utilizzare termini e figure retoriche pressoché incomprensibili per non dire quasi niente, soprattutto per non parlare di musica. E' proprio lei la grande assente quando si scrive una recensione; al di là di un breve excursus storico, utile per posizionare correttamente l'opera nel contesto spazio-temporale, si parla soprattutto dell'interpretazione, ma non in termini tecnici; si cerca solo di evocare le emozioni e le sensazioni destate dall'ascolto. Gli interpreti sono generalmente tutti bravi, soprattutto se conterranei del critico (e questo vale anche per nazioni diverse dall'Italia: ognuno ha i propri paladini) e, comunque, il disco risulta quasi sempre "indispensabile" o "degno di essere ascoltato", il che in termini commerciali significa la stessa cosa: compratelo! Magari fosse possibile, visti i prezzi raggiunti da questi oscuri oggetti di desiderio e vista la difficoltà nel reperirli, al di là di internet, che ancora non è qui in Italia alla portata di tutti.
domenica 18 gennaio 2009
Bene! Comincia l'avventura...E' cominciato quasi per scherzo; vediamo dove porterà. Stasera inauguro il mio blog, questo spazio ricavato nell'universo cibernetico dove vorrei parlare di musica, della musica che amo, e dove invito gli appassionati come me a scambiare idee, consigli, progetti, programmi.
Alcune cose da tenere presenti. Quale musica occuperà queste colonne? Beh, io la chiamo "musica non-industriale", intendendo con ciò che questo sarà l'angolo dei repertori più difficili da trovarsi. Innanzitutto, la musica contemporanea a partire dagli inizi del secolo scorso, con qualche incursione nelle tenebre più lontane per portare la luce di geni come Bach o Monteverdi o tanti altri che hanno posto le "basi" per quanto sarebbe accaduto dopo di loro. Musica contemporanea della categoria che una volta veniva indicata come "colta" (un modo di definirla che non mi piace) oppure "sinfonica", "classica" e cose del genere, facendo una mescolanza di categorie veramente strabiliante.
Non è possibile dire tutto quello che si vorrebbe dire nel primo intervento di questo blog. Piano piano, si dipanerà la matassa delle idee che occupano la mia mente, spero in maniera meno caotica di come mi si presentano. Per ora, un saluto e la promessa di tornare presto a proseguire il mio racconto, con la speranza che diventi un dialogo...
Alcune cose da tenere presenti. Quale musica occuperà queste colonne? Beh, io la chiamo "musica non-industriale", intendendo con ciò che questo sarà l'angolo dei repertori più difficili da trovarsi. Innanzitutto, la musica contemporanea a partire dagli inizi del secolo scorso, con qualche incursione nelle tenebre più lontane per portare la luce di geni come Bach o Monteverdi o tanti altri che hanno posto le "basi" per quanto sarebbe accaduto dopo di loro. Musica contemporanea della categoria che una volta veniva indicata come "colta" (un modo di definirla che non mi piace) oppure "sinfonica", "classica" e cose del genere, facendo una mescolanza di categorie veramente strabiliante.
Non è possibile dire tutto quello che si vorrebbe dire nel primo intervento di questo blog. Piano piano, si dipanerà la matassa delle idee che occupano la mia mente, spero in maniera meno caotica di come mi si presentano. Per ora, un saluto e la promessa di tornare presto a proseguire il mio racconto, con la speranza che diventi un dialogo...
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